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Proseguiamo con l’intervento del Presidente OICE Gabriele Scicolone edito sulla nostra rivista collegata alla manifestazione.

“Mi autodenuncio: sono ingegnere; vivo quindi, come noi tutti, il rapporto con i “cugini” architetti, un po’ come il rapporto che intercorre tra italiani e francesi, cugini-amici, in perenne competizione; due facce della stessa medaglia, in effetti. La medaglia del “progetto”.

Condividiamo le sfide progettuali, le sfide dell’organizzazione delle commesse e, forse più di tutte, le sfide rappresentate dall’attività nei cantieri. Siamo direttori dei lavori, direttori tecnici, direttori operativi, artistici, ispettori e, spesso – e con ruolo che include responsabilità di tipo tecnico e di tipo sociale – coordinatori della sicurezza in esecuzione. Ruolo che compendia, invero, quello di coordinatori della sicurezza in fase di progettazione.

È un ruolo, come dicevo, che da tecnico-manageriale diventa sociale-umanistico anche, nell’accezione ampia che comprende la cura e la tutela dell’essere umano.

È chiaro che è un ruolo tecnico ab origine, perché intende improntare sin dalle fasi della progettazione la cura per gli aspetti della sicurezza di chi opererà nel futuro cantiere. Oggi il concetto di progettazione di un’opera si sta evolvendo, in modo rapido, vuoi per le tecnologie digitali (BIM, in sintesi) – rivoluzione copernicana delle metodologie di progettazione, sia per l’approccio al progetto; una cosa che mi ricorda la progettazione-finalizzata-alla-manutenzione (parlo da ingegnere meccanico, evidentemente), e di quelle filosofie progettuali che, specialmente nella progettazione di “macchine”, sono volte a studiare la disposizione degli elementi di modo che sia facilitata la successiva necessaria manutenzione. Parlando di macchine.

Parlando di opere di architettura le prospettive sono tante e diverse, ivi compresa quella relativa alla facilitazione delle manutenzioni; ma tanti altri approcci si intersecano con questo, dovendo convivere con il pregio-architettonico in senso stretto. L’approccio alla sicurezza è uno di questi, e non riguarda specificamente (o, non solo) il “manufatto per come sarà” ma anche, e soprattutto, il “manufatto per come dovrà essere realizzato”.

Lì, siamo chiamati a studiare i flussi dei materiali, dei mezzi, delle maestranze, concependo e progettando non solo l’opera, ma la sua realizzazione passo-passo; un aspetto della progettazione che mi ha sempre affascinato.

Ruolo tecnico, quindi, ma anche sociale e umanistico in una società che deve diventare sempre più attenta agli aspetti della salute e della sicurezza del lavoratore. Condivido il pensiero di Federarchitetti, laddove si parla di processi di interazione tra imprenditore e lavoratore, di coinvolgimento dei lavoratori.

Solo attraverso un processo virtuoso di condivisione vera dei rischi, della considerazione che troppo spesso la probabilità del rischio diventa cruda e brutale realtà dell’incidente, può determinare il cambio di passo.

Mi ritrovo appieno, sia da professionista che da manager e presidente di un’associazione di categoria, nel decalogo messo a punto da Federarchitetti in merito alla sicurezza sul lavoro.

Sicuramente è un tema anche economico, e mi trova d’accordo il non sottacerlo, anzi, metterlo in luce come realtà dei fatti. Occorre investire negli aspetti di della sicurezza, occorre concordare i costi in maniera trasparente, onesta, condivisa.

Ma i temi che mi sono più vicini nell’ambito del decalogo di Federarchitetti sono riassunti da tre concetti: formazione continua e ad-hoc, personale con competenza tecnica nelle ASL e soprattutto, promozione della cultura della sicurezza nelle scuole, non solo professionalizzanti.

Si dovrebbe affiancare qualche elemento di sicurezza sui luoghi di lavoro ai temi dell’educazione civica, troppo spesso relegati a qualche ora spuria di lezione nelle nostre scuole. I nostri ragazzi, i futuri lavoratori nei cantieri, nei più disparati ruoli che la vita di ciascuno di loro riserverà, dovrebbero avere connaturati gli elementi di base della sicurezza nei luoghi di lavoro, che spesso, a ben vedere, diventano anche elementi utili nella vita di tutti i giorni.

Elementi anche semplici, se non intuitivi, che sono parte del patrimonio esperienziale della comunità umana, dovrebbero far parte del bagaglio culturale delle nuove generazioni. Perché, mi chiedo spesso (con domanda forse un po’ retorica, ma genuina) dobbiamo leggere delle morti brutali di persone sul luogo di lavoro per cadute da scale o ponteggi, o crollo di scavi, o caduta di corpi pesanti, o altre “banalità” come queste, quando l’Uomo (con la “U” maiuscola) riesce a far atterrare creazioni della propria intelligenza su Marte?”

EBIPRO