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In questi giorni sono pervenute email, da parte di alcuni giovani architetti, tutte con lo stesso titolo “La dignità della professione” nelle quali è allegato un sondaggio (con partecipazione anonima) da loro effettuato che evidenzia le condizioni di lavoro degli architetti, in particolar modo quello del lavoro dipendente privato.

Dall’analisi dei dati raccolti i colleghi hanno messo in evidenza i seguenti aspetti, “focalizzati su coloro che hanno dichiarato di lavorare a tempo pieno per studi di architettura o di ingegneria in Italia, i quali rappresentano la grande maggioranza dei partecipanti:

1. Solo il 3% circa dichiara di avere un contratto a tempo indeterminato. La maggioranza, dichiara di lavorare a partita IVA (oltre il 75%). il 10% dichiara di lavorare attraverso stage o tirocinio.

2. Circa il 75% dichiara di lavorare in media oltre 40 ore a settimana e la quasi totalità (quasi il 94%) dichiara che gli straordinari non gli sono pagati.

3. Quasi il 20% dichiara di ricevere meno di 500 euro lordi al mese. Coloro che guadagnano meno di 1000 euro al mese sono circa il 43%. Coloro che guadagnano oltre 2000 euro lordi al mese sono circa il 13%.
La media degli stipendi lordi dichiarati non raggiunge i 1200 euro al mese (circa 14.000 euro l’anno).

A conti fatti, la paga oraria di un architetto non raggiunge i 7 euro l’ora lordi. Scomputando le tasse, le spese e i contributi previdenziali, interamente a carico del dipendente a partita IVA, si arriva facilmente sotto i 4 euro l’ora netti.” 

Al di la della bontà dei dati raccolti e dalle analisi effettuate dai giovani colleghi, il sondaggio inoltrato darebbe un risultato ancora peggiore poiché:

  • circa il 6,6 % degli intervistati non percepisce alcun compenso e quindi lavora gratis;
  • oltre il 13 % percepisce solo le spese sostenute;
  • quasi il 10 % dichiara di ricevere un compenso dai 500 agli 800 euro lordi al mese;
  • quasi l’11 % dichiara di ricevere compensi compresi tra gli 800 e i 1000 euro lordi al mese.

“In realtà – denunciano i giovani professionisti – la situazione è anche più grave in quanto in regime di partita IVA, che rappresenta purtroppo ormai la norma nei rapporti di lavoro con studi professionali, non si hanno nemmeno quelle minime tutele che si dovrebbero dare per scontate in qualsiasi rapporto di lavoro regolato da contratto, senza contare gli straordinari non retribuiti.”

Preliminarmente, va chiarito ai giovani colleghi, che il lavoro subordinato a partita IVA non è contemplato nel nostro ordinamento giuridico e che il lavoro subordinato, invece, è regolato dal Contratto Collettivo Nazionale per gli studi professionali siglato il 10 dicembre 1978 dalle parti datoriali (tra cui Federarchitetti) e dei lavoratori (CGIL, CISL, UIL). Tale contratto è stato nel tempo rinnovato e sottoscritto dalla Confedertecnica di cui Federarchitetti è una sua componente quale sindacato dell’area tecnica.

Pertanto, i lavoratori subordinati, che svolgono la prestazione con partita IVA, non solo hanno già tutele derivanti dalla contrattazione collettiva nazionale, ma hanno anche altre tutele derivanti dalle recenti disposizioni legislative sul Job Act (legge 10 dicembre 2014, n. 183).

Il problema evidenziato dal gruppo di giovani architetti è stato incasellato da tempo sotto la dizione di “Partite Iva con un unico committente” o “False partite IVA”.

Nell’attuale mondo del lavoro, capita di fare confusione tra la figura del dipendente e quella del lavoratore autonomo. In realtà, a livello contrattuale e non solo, si tratta di ruoli ben distinti con le seguenti differenze:

Contratto di lavoroil dipendente avrà un contratto di assunzione a tempo determinato o indeterminato, il lavoratore autonomi avrà un contratto di collaborazione (o, in certi casi, non ha un contratto);

Orario e sede di lavoro – il dipendente è tenuto a rispettare un orario e sede di lavoro (sia esso full-time, part-time, oppure su turni), il lavoratore autonomo non è obbligato a prestare servizio in una specifica fascia oraria e lavorare anche da remoto;

Imposte e contributi le tasse e i contributi del dipendente vengono pagati dal datore di lavoro, mediante trattenute dalla busta paga mentre il lavoratore autonomo è tenuto a versarli direttamente all’Agenzia delle Entrate e a Inarcassa in base all’importo del compenso percepito.

Le “false Partite IVA” sono collaboratori esterni che hanno un orario e una sede fissa, lavorano per conto di un unico committente e, spesso, hanno dovuto aprire la Partita IVA su esplicita richiesta del datore di lavoro.

Si tratta, ovviamente, di un abuso che, in seguito alla riforma del lavoro voluta dal Jobs Act, è soggetto a sanzioni.

Da quanto denunciano anche i giovani colleghi, nonostante le norme attualmente vigenti lo vietano, vi è un massiccio ricorso all’utilizzo di lavoratori autonomi con “false partite IVA” che alterano il mercato del lavoro professionale dell’area tecnica. Da una parte vi sono giovani professionisti sottopagati (per giovane professionista non si intende giovane d’età anagrafica, ma coloro che non riescono ad inserirsi nel mondo professionale) che non riescono a realizzare i propri bisogni esistenziali e dall’altra i datori di lavoro (molte volte organizzati in società) che abbassando impropriamente i costi di produzione riescono ad effettuare ribassi anomali distruggendo le attività sane e la possibilità di crescita del settore .

La perdita delle conoscenze (l’opposto di quello che dovrebbe avvenire per gestire la complessità della vita odierna) allunga i tempi per la sensibilizzazione delle coscienze e la cosa più grave, emersa dalla lettura del documento inviato dai giovani colleghi, è che la prassi ha sostituito la norma e l’individuo ha subito una sudditanza psicologica dal sistema tanto che oggi gli fa richiedere tutele che già ha. Il timore di affrontare da solo il riconoscimento dei suoi diritti lo spinge a non focalizzare ed approfondire il problema e Federarchitetti è vicina ai colleghi per seguirli nel giusto percorso.

Ci rendiamo conto che oggi non dobbiamo operare solo per ridare “dignità alla professione” ma occorre fare uno sforzo maggiore perchè occorre ripristinare dapprima la “dignità all’individuo”.

confedertecnica