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IN LIMINE – LA RAPPRESENTAZIONE DELL’ENIGMA – di ROBERTO SERINO

Il libro “In limine” non è un reportage di esperienze collettive sul campo né una sorta di esperimento di autoconsapevolezza attraverso il confronto di sé con l’altro; in realtà è una sequenza di introversioni certamente indotte dall’isolamento pandemico del 2020 e successivamente sviluppate in
profondità così da porre in evidenza, attraverso metafore, punti di riflessione/ linee di ricerca/ piani di consapevolezza . I sedici contributi del
libro hanno fatto emergere, di fatto, la difficoltà di ridefinire quei margini realistici di possibili relazioni tra lo stato delle cose oggi e le sue radici.
Ogni risposta apparentemente soddisfacente dura ben poco poiché di fatto rimanda a nuovi interrogativi.
E’ la natura dell’Enigma: risolverlo rappresentandolo con un altro Enigma.
Dove nasce questo singolare interesse tra due aree di ricerca così apparentemente differenti ma con molti punti di contatto?
Il pretesto.
C’è sicuramente il precedente della presentazione del libro di Cosimo Schinaia. Non sapevo nulla di questo psicoanalista genovese fin quando non
sono stato coinvolto, per la presentazione del suo volume “Interno Esterno sguardi psicoanalitici su architettura e urbanistica”, dalla amica psicoanalista Luisa Califano. Luisa mi aveva già coinvolto in altre occasioni: un convegno sui miti, un incontro pubblico per una mostra organizzata a Montesarchio, un contributo nel suo “Contaminazioni – percorsi d’arte e contaminazioni creative” del 2016 in cui incrocia psicoanalisti, dirigenti
medici, architetti, artisti. Ma l’entusiasmo che verifico parlandone con gli architetti e non solo quelli che ho coinvolto in questa avventura pone qualche domanda.
Quale è il bisogno? Cosa ci si aspetta da questi incontri e da possibili convergenze di intenti ed eventuali scenari operativi?
Come gli Architetti hanno bisogno delle parole per dire delle radici del proprio operare oltre quel tempo lineare della realtà esterna, così gli
Psicoanalisti hanno bisogno di indizi su cui sviluppare la conoscenza. In particolare l’attenzione è, in questo caso, intorno a questi complessi
condensatori di tecnologia/normativa/forma ideati e realizzati dagli architetti o per lo meno da coloro che operano nella trasformazione della
città, della casa, della ..sedia, con la pretesa di dare risposte ai desideri di altri da sé.
E’ noto come nel percorso di analisi la rappresentazione raccontata o disegnata di spazi costituisca una precisa metafora di alcuni malesseri
interiori così come è noto come nell’arte lo stato d’animo trovi espressione attraverso precise angolazioni architettoniche. Gli esempi sono moltissimi ed in particolare nel campo cinematografico. Uno per tutti l’utilizzo della scala (presenza e scomparsa nella stessa scena) nel film Providence di Resnais.
Non è un libro semplice è un momento di riflessione potremmo dire “in limine” in un presente del passato/presente del presente/presente del futuro.
A fronte di questa tensione verso … si registrano posizioni che rimandano a quella favola orientale di tre fratelli (citata da Ginzburg nel suo famoso saggio “ Spie,radici di un paradigma indiziario”) che ad un pastore che aveva loro raccontato come gli avessero rubato un cavallo, rispondono descrivendolo con minuzia.
Accusati di essere autori del furto poterono dimostrare come dagli indizi del racconto erano risaliti alle fattezze del cavallo. Indizi su particolari che altri ritengono del tutto trascurabili. Questa fiaba è stata poi rielaborata da Dalisi ed è rimasta nel ricordo di una sua bellissima lezione del 1985:
i tre fratelli vedono un batuffolo di lana impigliato in un cespuglio di rovi e manifestano reazioni completamente differenti l’uno dall’altro
– Indifferenza
– Valutazione degli indizi- percorso logico analitico
– Associazioni ad altro- metafora – apertura a dimensione poetica

Quest’ultima condizione comporta uno spostamento radicale; non c’è un caso; non c’è un limite ma è occasione per aprirsi a nuove immagini,
vibrazioni etc.

Ineludibile presenza (respinta-filtrata-rielaborata-travisata-espressa-difesaesasperata) della dimensione dell’inconscio nella elaborazione figurativa nel linguaggio.
Ma non è solo qui è nei rapporti binari che determinano la “sinusale” della nostra presenza. Questa operazione sonda il flusso più o meno regolare di questa conflittualità.
Necessità emergente di maggiore attenzione alla complessità del sistema simbolico che lega gli abitanti alle case, al quartiere, alla città, al paesaggio attraverso un fertile confronto tra sapere architettonico/urbanistico e sapere psicoanalitico.
E’questione di spostare i punti di osservazione già molto dibattuta tra gli architetti. E’cosa nota che il pericolo è certamente quello della omologazione e della scomparsa di quei caratteri distintivi della città che, come organismo, evidentemente risente di ogni alterazione causata da interventi, pur minimi, operati nel suo tessuto senza consapevolezza. Una sensibilità, tranne pochi esempi, in gran parte ignorata e che solo in questi ultimi decenni sembra riaffiorare nella cultura architettonica certamente amplificata anche dalla attenzione ambientale. E’opinione ormai diffusa che alle ragioni storiche e materiali di distruzione o corruzione ce ne siano altre e più sottili che interessano in primo luogo il recupero di una attitudine antica ed oggi perduta che è quella di saper vedere il che significa essere in grado di eliminare tutto il superfluo, tutto ciò che impedisce di vedere ma anche i dogmatismi le immagini precostituite, in definitiva tutto ciò che impedisce di comprendere.
Per vedere una città non basta tenere gli occhi aperti. Occorre per prima cosa scartare tutto ciò che impedisce di vederla.” annotava Calvino dalla sua particolare posizione di attento osservatore dei fatti urbani ed in particolare di quelli che hanno determinato e tuttora determinano la dissoluzione della forma comprensibile della città, “…città diverse si succedono e si sovrappongono sotto uno stesso nome di città, occorre non perdere di vista quale è stato l’elemento di continuità che la città ha perpetuato lungo tutta la sua storia, quello che l’ha distinta dalle altre città e le ha dato un senso. La città “….al momento giusto deve ritrovare i suoi dèi .” Non è una soluzione ma è un altro enigma!
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Il progetto architettonico- che si costruisca o meno- rientra nella sfera della comunicazione come linguaggio con le sue regole e deroghe alla regola attraverso procedure tipiche del racconto – citiamo l’ossimoro , il perturbante, la pausa, la concitazione etc .sino all’abusione del linguaggio di cui parleremo subito dopo- ed il racconto svela meccanismi interni il più delle volte non dichiarati ; ecco che un possibile ed interessante ponte tra le due arti appare possibile se non addirittura inevitabile.
Devo a tal proposito citare la casa di Wittgenstein a Vienna una sperimentazione portata agli estremi dal filosofo ma anche una rivelazione
di impotenza a fronte di quell’animale selvatico indomabile che è all’interno della casa, come ebbe a dire il filosofo nella lettera alla sorella Gretl nel momento in cui si rese conto di dover abbandonare il lavoro. Un lavoro di esercizio pratico che la stessa Gretl gli aveva commissionato per aiutarlo, a superare un momento assai critico nella sua vita.
In sostanza Wittgenstein sperimenta i limiti del suo trattato logico ma anche la difficoltà di poterlo trasferire nelle strumentazioni architettoniche e di attivare con esse la trasformazione degli impulsi avvertiti.
Limiti della purezza inseguita per un linguaggio assoluto – quello classico che solo Mies van der Rohe riuscirà a comporre nel contemporaneo e
consapevolezza della inevitabile presenza della nozione di ”abusione del linguaggio” sperimentata già nel 500 da Baldassarre Castiglioni e Giulio Romano.
Il Palazzo Te a Mantova è da questo punto di vista uno straordinario testo con le sue cuspidi nello slittamento della pietra di chiave dell’arco dei vani porte e finestre ma soprattutto in termini pittorici nella famosa sala dei giganti che nel suo essere dipinta totalmente (pareti-volta-pavimento) costituisce una anticipazione di quelle affascinanti sperimentazioni novecentiste del superamento della scatola muraria.
Gli esempi di Schlemmer (’40), di Sonia Delanoy, di Hermann Finsterlin , diArthur Kiesler e del gruppo olandese de Steel apriranno la strada ad una
architettura spinta verso la smaterializzazione verso il superamento dei suoi limiti oggettivi verso l’integrazione di linguaggi altri e del vernacolare attraverso le forme di autocostruzione.
Con gli strumenti architettonici noi favoriamo un evento indipendentemente dal fatto che esso accada; ed in questo volere l’evento vi è qualcosa di
progressivo. Perciò il dimensionamento di un tavolo o di una casa è molto importante non come pensavano i funzionalisti per assolvere una
determinata funzione ma per permettere più funzioni. Infine per permettere tutto ciò che nella vita è imprevedibile.
Afferma Aldo Rossi nel suo
Autobiografia Scientifica.
Credo che nella vita come in architettura se si cerca una cosa non si cerca solo quella; per questo motivo ogni ricerca ha un grado di imprevedibilità. Preparo gli strumenti per una azione che posso solo intravedere ma è a volte lo strumento stesso ad evocare o suggerire l’azione.
Amo molto gli ambienti vuoti, osservare i percorsi della luce ed il disegno dell’ombra, ascoltare i passi che misurano lo spazio ed in questo sono
consapevole di misurare in altro modo ciò che è impalpabile, effimero, mutevole e magari all’improvviso il tonfo di un secchio nel pozzo ti distrae
e sposta il tuo sguardo.
Anche nei progetti: la ripetizione, il collage, lo spostamento di un pezzo da una composizione all’altra fino ad un punto in cui tutto appare in fragile equilibrio e si vorrebbe che questo sia altro progetto da sviluppare ma poi vediamo che esso è memoria di un’altra cosa.
Così e per la città il suo farsi e disfarsi in continuazione la migrazione di forme da luoghi distanti l’uno dall’altro e con esso la migrazione di materiali mentre si intrecciano nuove storie e creano la possibilità imprevista di racconti rinnovati.
Credo molto in questa possibilità di rigenerazione.
Anche là dove i segnali appaiono flebili è possibile, se lo vogliamo, rinnovare il racconto e dunque la vitalità.
E’ capitato a tutti e mi auguro che capiti sempre che osservando qualcosa anche distrattamente si sia attratti da un segno che non pensavamo
assolutamente potesse interessarci e tuttavia quella cosa catturata dallo sguardo è un indizio (che riecheggia nel profondo) di un percorso da seguire verso qualcosa che sentiamo in profonda sintonia e dunque è sicuramente un percorso assolutamente personale una traccia autobiografica.
Una sequenza di numeri e lettere in google earth definiscono le coordinate e l’orientamento di un punto preciso all’interno di una maglia fittissima che avvolge il nostro pianeta azzurro…come le montagne dipinte da Cezanne.
Senza questa rete non potremmo individuare e trascrivere ciò che vogliamo.
Anticamente gli agrimensori sceglievano il punto più alto per misurare con lo sguardo oppure si sdraiavano sul terreno per ascoltare la portata delle vibrazioni prodotte in un altro punto.
La strumentazione è cambiata ed oggi su un tablet luminoso, che illumina la fissità del nostro sguardo, siamo il terzo vertice di una triangolazione che ha la cuspide in un satellite nello spazio.
Siamo noi i navigatori solitari del pianeta terra: un mito della contemporaneità. Come navigatore mi ha sempre impressionato la velocità di avvicinamento e la progressiva definizione dell’immagine sopra la massa piena del pianeta sino al ri-conoscimento familiare di una città di una strada di un edificio…. E’ impressionante.
Ma c’è un limite all’avvicinamento.
Il sistema satellitare che ci è stato concesso dalle scienze della guerra non và oltre un certo limite pur sapendo ormai che è possibile anche penetrare e leggere oltre la superficie e dentro la materia verso ulteriori limiti.
Una affermazione di Franco Albini nel primo dopoguerra quando ormai si era in totale revisione degli eccessi teoretici -con tutto il portato di raffinate scritture in ogni campo creativo ma anche di astrattività – del primo novecento recita ”la conoscenza fuori del visibile è quella che stimola l’anima a procedere con coerenza anche nel visibile” (F. Albini).
Ma ancora più incisivo sarà il poeta Mario Luzi a rivelarlo in una conferenza a Milano nel 1993: “… tra le generazioni del 900 e le seguenti è il divario tra una ideazione monocentrica ed un po’ astrattiva e la molteplicità dei dati, degli elementi che il vissuto ci dà continuamente…. Si assiste ad un passaggio tra professione di verità e ricerca di verità”.
Ma la ricerca di verità non è il nominare gioioso dei poeti?
La parola, il nominare le cose ed i fatti (che nei poeti assume una dimensione di gioiosità perché a lungo e faticosamente cercata tra le tante parole e composizione in frase o verso) di fatto non riesce a restituirne la sostanza più autentica che è quella di una percezione dinamica per sua natura indefinibile o meglio non rappresentabile. E’solo possibile …suggerire attraverso interposta figura.
E’un po’ come l’aria che il giapponese antico riusciva tuttavia a rappresentare disegnandone gli effetti; un semplice campo di giunchi diviene, così, attraverso il suo disegno e le sue mutazioni, il registro della forza e del moto d’aria su di esso. Ma gli esempi sono infiniti dal guanto caduto alla pattinatrice nella bellissima incisione di Max Klinger (1881), all’ombra dell’eucalipto sulla parete bianca del parco Las Arboledas di Barragan o dalle paraste della chiesa della Resurrezione di Lewerentz del 1925 nel cimitero a sud di Stoccolma, alla sferetta di bronzo posta da Carlo Scarpa sotto il busto in marmo bianco di Eleonora d’Aragona eseguito dal Laurana nel 1471 nel museo Abatellis di Palermo, etc, etc.
Spesso atti di una semplicità sconcertante e tuttavia in grado di essere rivelatori di una assenza improvvisa, di una mutazione in atto o forse sarebbe meglio dire di un venire in presenza di un affiorare dall’ombra.
A fronte delle mutazioni e delle zone di indefinizione (a meno che non si utilizzino parametri differenti che investono tuttavia l’area della reverìe e della evocazione) sempre si è affermata la necessità di interagire con elementi in opposizione, potremmo dire di contrasto determinando un
rapporto sempre fertile tra organismo e supporto.
L’architettura nella sua più autentica essenza si rivela appunto in questa più o meno marcata consapevolezza di costituire opposizione al flusso. Ed oggi, più che mai, ne è la sua ragione d’essere svolgendo un ruolo potremmo dire apotropaico contro il senso panico che affiora nella rete.

confedertecnica
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