fondo professioni

Il 17 febbraio 1992 fu arrestato per tangenti a Milano il presidente del Pio Albergo Tivulzio, Mario Chiesa; da quell’arresto ebbe inizio “Tangentopoli” con il più grande processo alla classe politica mai avvenuto in Italia che ha visto coinvolto quasi tutti i partiti politici e decretato la morte della cosiddetta “Prima Repubblica”.

Il 17 febbraio 2022 ricorrono 30 anni da quell’evento che coinvolse le imprese, i tecnici professionisti e i politici e che diede luce ai primi provvedimenti legislativi che hanno visto stravolte le modalità di accesso alle opere pubbliche sia da parte dei liberi professionisti che delle imprese.

Vogliamo ricordare quell’evento pubblicando un articolo apparso sulla nostra rivista mensile “IDEA – European Architects” del 2001 dove si analizzavano i fatti per comprendere il futuro e ciò che poi è accaduto.

“In questi ultimi anni, noi architetti liberi professionisti, ci siamo trovati più volte a riflettere sulle motivazioni che spingono alcuni settori della società civile ad effettuare attacchi al mondo della libera professione tanto da richiederne una sostanziale riforma.

Da una lettura più attenta, però, dobbiamo riconoscere che dopo la caduta del muro di Berlino si è modificato notevolmente il modello organizzativo e gestionale sia dello Stato che della società nel suo complesso. Ciò è coinciso con la nuova dottrina filosofica, di natura capitalistica, denominata globalizzazione, cioè l’eliminazione delle frontiere per quanto attiene la produzione ed il commercio dei beni per giungere al regime di concorrenza in un libero mercato.

In tale dottrina, quindi, vi è un passaggio da una società dove lo Stato è presente nei processi economici, in quella dove lo Stato deve essere garante, nei confronti dei propri cittadini, del libero accesso alle opportunità offerte dal libero scambio delle merci e dei prodotti in base alla domanda offerta dal mercato.

E’ ovvio che tale trasformazione investe tutti i settori della società civile, (lavoratori, imprese, amministrazioni pubbliche e private, ecc.) nei quali vi è resistenza ad accettare i nuovi modelli che si affacciano all’orizzonte. Tale processo, però, è irreversibile poiché coinvolge una molteplicità di soggetti forti ed interessi a dimensione internazionale.

Pertanto, anche il mondo delle professioni è interessato alla riconversione che i  nuovi modelli macroeconomici impongono. Il problema si è posto quando al CNEL hanno spinto, per ottenere il riconoscimento giuridico, nuove figure professionali (odontoiatri, intermediatori, immobiliari, amministratori di condomini, fisioterapisti, revisori contabili, ecc.). A tutto ciò si aggiunge l’indagine sulle libere professioni svolta dall’Autority per la concorrenza ed il libero mercato che considera alcuni atteggiamenti di tipo corporativo all’interno degli Ordini Professionali.

Ma cosa significa essere «Professionista»?

Nel nostro modello giuridico, essere  «PROFESSIONISTA»  significa svolgere quella funzione di garanzia sociale tra la conoscenza scientifica e il bisogno espresso dal cittadino/committente che la legge istitutiva degli Ordini demandava alle libere professioni. Il professionista, pertanto, deve sempre essere in continuo rapporto con la realtà esterna, intesa come conoscenza dei mutamenti dei bisogni della collettività in cui operiamo, la quale, mai come in questo momento, è in continua ed inarrestabile trasformazione.

Ma siamo davvero delle «nicchie protette» o «corporazioni» all’interno della società civile? E in quale modo possiamo affrontare le sfide poste dall’eliminazione delle frontiere (l’Unione Europea è di fatto un dato concreto)?

Se analizziamo il processo evolutivo degli Ordini Professionali, ci rendiamo conto del ruolo determinante dello Stato nello sviluppo delle attività professionali, a partire dalla legge sull’obbligatorietà dell’iscrizione agli albi del 1925, che costituisce ancora oggi la base dell’inquadramento giuridico delle professioni intellettuali. Al tempo stesso, per la ristrettezza del mercato ed i problemi occupazionali hanno stimolato l’iniziativa delle varie categorie professionali, migliorando l’organizzazione interna e rafforzando la capacità di pressione e di contrattazione. Ed è stato proprio l’intreccio fra Stato e mercato a creare lo «status» di professionista. Uno status legato prima alla nobiltà, poi decisamente borghese, che nel corso del tempo ha perduto la sua identità a causa della frammentarietà e delle divisioni presenti all’interno dei segmenti professionali. Si sono poi aggiunte le lotte di potere e di influenza, e, infine, la progressiva burocratizzazione del rapporto con la pubblica amministrazione. Non a caso i liberi professionisti hanno costituito sul lungo periodo l’ossatura della classe dirigente italiana, sopravvivendo alla crisi di regimi e partiti politici fino a mantenere, nell’attuale Parlamento, una forte presenza. Se così è vero per l’evoluzione di alcune professioni che nel corso degli anni sono giunti a determinare che l’accesso agli Ordini sia garantito solo ai liberi professionisti (avvocati, notai, geometri, ecc.), lo stesso non può dirsi sia accaduto per le professioni definite «tecniche» (architetti ed ingegneri). Inoltre, il coinvolgimento vero o presunto di tecnici nelle vicende di Tangentopoli, ha prodotto un attacco accanito al nostro pur esiguo status privilegiato ad opera dei gruppi economici in linea con le richieste del mercato (Società di Ingegneria) o pronti a cavalcare il malumore del momento (dipendenti pubblici). E’ in qualche modo evidente il tentativo di far ritornare le professioni, in modo diverso, nuovamente nelle mani della nuova nobiltà. La Legge Merloni va in  tale direzione. Il riconoscimento delle Società di Ingegneria, lo scendere in campo di importanti gruppi finanziari con il Project Financing, la richiesta dei «curricula» per l’affidamento degli incarichi pubblici, sono il modo per far conservare le rendite di posizione proprio a quei soggetti che in passato hanno in qualche modo interagito con un sistema ormai obsoleto. Inoltre, il passaggio dal ruolo a salvaguardia della conoscenza scientifica a quello di mediatore delle istanze poste dalla collettività, ha indotto la «professione di architetto» ad essere relegata ad un ruolo marginale nel processo economico del Paese. E’ ovvio che in tale processo i professionisti giovani iscritti (e non solo) non trovano spazio. Dapprima parcheggiati nelle Università si vorrebbe ulteriormente parcheggiarli, con l’obbligo dei tirocini, al di fuori del lavoro e degli Ordini Professionali. E’ un atteggiamento, tipico del Nostro Paese, di non voler risolvere effettivamente i problemi e di rinviarli nel tempo.

Allora ci rendiamo conto che il mercato professionale che si dichiara da più parti libero, in realtà libero ancora non lo è perché ancora legato al sistema e alla cultura dell’appartenenza e alle forti lobby economiche.

Il mondo delle professioni non può ancora assurgere a modello di riferimento questi ultimi vent’anni circa poc’anzi indicato. Lo spostamento generazionale dal mondo del lavoro dipendente a quello del lavoro professionale (il lavoro dalle fabbriche si è spostato nei servizi connessi alla produzione) indica un passaggio da un settore ad un altro con carenza di rappresentanza che deve essere coperto con incisività. Per tal motivo, anche nel mondo delle professioni, stanno crescendo i sindacati di categoria, in quanto gli Ordini, preposti per legge alla tutela della committenza, non possono assolvere anche a tale funzione.

L’ultimo Governo finalmente si è reso conto di tutto ciò ed ha richiesto la partecipazione al tavolo della concertazione anche le confederazioni Sindacali del settore professionale (Confedertecnica e Consilp), riconoscendo il ruolo anche produttivo che svolgono i professionisti nella società.

Proprio l’ampliamento della platea di partecipanti al mondo professionale deve indurre lo Stato e la partitocrazia in genere a svolgere il nuovo ruolo che la globalizzazione impone. Se è vero che il modello del nuovo Stato che si affaccia all’orizzonte è quello di super partes, cioè di garantire a tutti la pari opportunità nel rispetto delle leggi, quello dei partiti e della politica dovrà essere solo ed esclusivamente rivolto alle scelte rispetto ad un ventaglio di ipotesi provenienti dalle istituzioni e dalla società civile.

Nel nuovo sistema economico basato sull’efficienza del processo produttivo vi è necessità che ognuno faccia la propria parte senza confusione di ruoli. Le varie leggi Bassanini, le esternazioni dei Giudici e degli alti apparati dello Stato, la stessa Merloni-ter nella parte relativa alla redazione del piano triennale, ecc. , sono già dei segnali in tal senso. In tale contesto, proprio gli architetti liberi professionisti possono avere più chance nel processo in atto poiché gli studi e la formazione culturale di provenienza è fortemente interdisciplinare e, pertanto, capace di inglobare la mutazione degli eventi. La sola matrice tecnica, che è stata in questi anni ad appannaggio degli ingegneri e geometri, oggi non basta più perché ogni progetto deve contemplare la complessità dell’opera. Ogni intervento oggi deve rispondere al soddisfacimento del miglioramento della qualità della vita sotto il profilo ambientale, economico, sociale, culturale, ecc. richiesta dalla società civile e quindi dal «mercato». Proprio la gestione della complessità è la sfida del terzo millennio.”

EBIPRO