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Il ricorso massiccio allo smart working nella pubblica amministrazione vanifica le recenti misure varate dal Governo per il rilancio delle costruzioni. Dopo oltre sei mesi dall’inizio della pandemia e del lockdown si possono delineare le prime analisi sullo stato di salute del comparto delle costruzioni e le conseguenze che il blocco totale delle attività sta apportando al settore”.

Per il Presidente di Federarchitetti Nazzareno Iarrusso “al riconoscimento del Governo che l’edilizia è un’attività primaria per la governance del Paese, non ha fatto seguito l’adozione di misure adeguate

per sostenere e far funzionare il settore. In questo periodo pandemico e di chiusura delle attività, gli architetti ed ingegneri liberi professionisti sono coloro che continuano a recarsi in cantiere per gli adempimenti di direzione dei lavori, di coordinatori per la sicurezza in fase di esecuzione o come direttore tecnico dell’impresa, nonostante le disposizioni impartite dalle autorità governative siano calate su attività generiche e non su quelle particolari rilevabili in cantiere.

Per l’alta specializzazione del settore – continua – i tecnici collaborano con l’unità di crisi predisposta dal Governo ed elaborano i progetti, dirigono i lavori anche come coordinatori per la sicurezza,

dirigono le imprese come direttori tecnici, per la realizzazione di nuove sale di terapia intensiva all’interno o all’esterno delle strutture ospedaliere del Paese. Come Consulenti Tecnici d’Ufficio o come Consulenti di Parte sono di ausilio all’attività giudiziaria per derimere problematiche inerenti il rispetto di protocolli

prestazionali per la sicurezza sui luoghi di lavoro. Come Responsabili del Servizio Prevenzione e Protezione (RSPP), garantiscono alle imprese (datori di lavoro) il soddisfacimento delle norme di sicurezza sui luoghi di lavoro. Continuano inoltre a sostenere gli stipendi dei propri dipendenti, nonostante vi sia l’impossibilità di tenerli sui luoghi di lavoro per evitare eventuali contagi anche attraverso la mobilità degli stessi. Ciononostante – incalza Iarrusso – siamo stati gli ultimi a percepire il bonus di 1.000 euro rispetto alle altre categorie lavorative (solo dopo l’emanazione del Decreto di agosto è stato possibile erogare l’importo) e non siamo stati inclusi nel provvedimento per ottenere il contributo a fondo perduto per coloro che hanno percepito redditi superiori a 35.000 dimostrando la poca attenzione del Governo al nostro settore”.

Secondo il Presidente di Federarchitetti “con lo smart working dei dipendenti pubblici, si è notevolmente rallentato il processo autorizzativo della pubblica amministrazione necessario per l’esecuzione dei lavori edili e delle altre attività commerciali e produttive. In molteplici casi gli uffici pubblici restano chiusi al pubblico e l’accesso può avvenire solo su prenotazione rallentando notevolmente il processo della pratica amministrativa e aggiungendo nuovi costi a carico dei professionisti dell’area tecnica. Si rileva, pertanto, una pubblica amministrazione non preparata ad affrontare uno smart working intensivo”.

Iarrusso chiede misure “che invertono il processo in atto per evitare che siano i professionisti a pagarne ulteriormente le conseguenze con la chiusura delle attività e con fortissime ricadute economico-sociali.

Un intervento del Governo è necessario se si vuol effettivamente far decollare le misure che lo stesso ha emanato per il rilancio dell’economia e delle costruzioni attraverso il Superbonus fiscale del 110% e delle semplificazioni nell’affidamento degli incarichi nei lavori pubblici.

Si evidenzia che l’accesso al bonus fiscale del 110 % prevede la legittimità urbanistica ed edilizia dell’edificio sul quale si interviene. Pertanto, il professionista deve recarsi presso gli uffici comunali per ritrovare, negli archivi, tutte le autorizzazioni rilasciate all’edificio da ristrutturare oltre alla rispondenza catastale della singola unità immobiliare allo stato dei luoghi.

È evidente che, nel momento in cui gli uffici pubblici sono chiusi, è impossibile accedere alla verifica dei dati dell’immobile e a procedere nella definizione della pratica”.

Il Presidente di Federarchitetti si sofferma anche su un altro provvedimento che il parlamento si accinge a varare nei prossimi mesi, quello della Rigenerazione Urbana che prevede fondi per 500 milioni l’anno.

“Rigenerare, come dice il termine, significa, in ambito urbano, approcciarsi all’evoluzione di un tessuto edificato e non, attraverso una serie di continue ristrutturazioni, demolizioni, ricostruzioni e rifunzionalizzazioni delle sue parti che tengano conto delle esigenze specifiche del contesto urbano. L’obiettivo di questo percorso è il “Recupero” di spazi e luoghi abbandonati nelle nostre Città. Propedeutico

è il monitoraggio a tappeto di tutte queste situazioni, suddividendole per tipologie (spazi aperti o chiusi).

Successivamente la suddivisione potrebbe essere quella tra Privato e Pubblico; poi ancora, nel caso di edifici, la destinazione d’uso originaria, quella che potrebbe avere a intervento compiuto e la loro importanza storica, se presente. Come risultato si otterrà una mappatura capillare dell’area urbana interessata dall’intervento finora mai eseguita”, osserva.

Il fine è il miglioramento della nostra qualità della vita, del nostro habitat sia lavorativo, sia abitativo che di tempo libero. “Il “mezzo” è, appunto, la Rigenerazione Urbana.

Occorre partire dalla scala più piccola per salire a quella più grande, subordinare gli obiettivi da raggiungere con l’intervento prescelto alla verifica delle conseguenze degli stessi rispetto alle scelte urbanistiche effettuate per le altre aree della città. Cominciare a ragionare non più con un’ottica a comparti edilizi, bensì

con una visione più ampia degli effetti (positivi e negativi) che un qualsiasi intervento possa avere sul territorio in cui ricade.

Ciò è possibile preferendo agli strumenti attuativi tradizionali i programmi complessi, poiché affrontano e intendono risolvere i nuovi problemi della città contemporanea, caratterizzata da una pluralità di funzioni. Questo passaggio richiede alte specializzazioni”.

Per affrontare correttamente un intervento di rigenerazione urbana è importante consultarsi non solo con le esigenze degli enti locali “ma anche – continua – con i cittadini, le associazioni di categoria, e di tutti i soggetti che possono essere coinvolti per vari motivi. Fatto ciò, valutati i bisogni, gli obiettivi da raggiungere, le potenzialità endogene del luogo e la capacità di resilienza dell’ambito in cui operare, si passa a individuare gli strumenti urbanistico/edilizi, di programmazione economica e sociale, necessari per procedere

alla fase esecutiva di progettazione ed esecuzione degli interventi ivi previsti”.

La Rigenerazione Urbana non è uno strumento ma un metodo operativo, non è costituita da regole preconfezionate, ma da approcci e analisi dedicati. “Non è una soluzione immediata ma occorrerà tempo

per apprezzarne i risultati e gli obiettivi prefissati. Non deroga dalla normativa vigente ma se ne avvale in maniera intelligente per raggiungere degli obiettivi e fornire delle risposte”.

Per Iarrusso diventa determinante “la costituzione di un partenariato pubblico – privato che stabilisca le linee programmatiche e gli obiettivi da seguire e che vada a verificare la progettazione e l’esecuzione una volta ottenuti i fondi messi a disposizione dal DDL. Va risolta la problematica degli interventi nelle aree del centro storico e superata la norma contenuta nell’ultimo Decreto Semplificazioni nella quale si prevede di ricostruire l’edilizia esistente così com’è. Intervenire sul preesistente è operazione delicata ma – conclude – spesso si preferisce non intervenire demandando ai posteri qualunque tipo di decisione per la paura di fare scelte criticabili”.

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