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Il Presidente Iarrusso: “Finora si è intervenuto su poco più dell’uno per mille delle unità immobiliari esistenti in Italia, bisogna puntare ancora sugli incentivi fiscali per non fermare la ripresa

Intervento del Presidente Federarchitetti lo scorso 29 ottobre sull’inserto Rapporto Edilizia 2021 del quotidiano La Repubblica il quale si è soffermato sui temi di maggior rilievo professionale di interesse della categoria degli architetti ed ingegneri liberi professionisti.

“A fine settembre sul sito ENEA e Ministero della Transizione Ecologica è stato pubblicato il nuovo rapporto sull’andamento del Superecobonus 110% dal quale emerge che, fino al 30 settembre 2021, si sono asseverati 46.195 interventi edilizi per un valore degli investimenti ammessi a detrazione di circa 7,5 miliardi di euro. Di questi, 6.406 (pari al 47,7% ammessi ad investimento) sono interventi su edifici condominiali, 23.654 (pari al 32,3% ammessi ad investimento) sono interventi su edifici unifamiliari e 16.135 (pari al 20,1% ammessi ad investimento) su edifici funzionalmente indipendenti. In Italia, secondo il rapporto dell’Osservatorio OMI dell’Agenzia delle Entrate, lo stock immobiliare censito negli archi[1]vi catastali italiani al 31.12.2020 consiste di quasi 76,5 milioni di immobili o loro porzioni di cui 35.920.195, censite alla categoria A, ossia a destinazione d’uso residenziale.”

“Occorre evidenziare – precisa il Presidente di Federarchitetti Nazzareno Iarrusso – che per oltre un anno si sono fermate le attività per l’emergenza sanitaria e molte delle attività della pubblica amministrazione si sono svolte in modalità smart working.

Con lo smart working dei dipendenti pubblici, si è notevolmente rallentato il processo di accesso agli atti e quello autorizzativo della pubblica amministrazione necessario per l’esecuzione dei lavori edili e delle altre attività commerciali e produttive. La pubblica amministrazione ancora non è preparata ad affrontare uno smart working intensivo e, in molteplici casi, gli uffici comunali restano chiusi al pubblico il cui accesso può avvenire solo su prenotazione, rallentando notevolmente il processo della pratica amministrativa e aggiungendo nuovi costi a carico dei professionisti dell’area tecnica”.

La necessità di verificare la regolarità edilizia ed urbanistica degli immobili oggetto d’intervento con la moltitudine di adempimenti e di responsabilità per il professionista, non ha fatto immediatamente decollare il Superbonus 110%. La problematica è stata parzialmente risolta con l’art. 33 del Decreto Legge n. 77/2021 convertito con modificazio[1]ni ed integrazioni dalla legge 29 luglio 2021 n. 108 il quale prevede “… Nella CILA sono attestati gli estremi del titolo abilitativo che ha previsto la costruzione dell’immobile oggetto d’intervento o del provvedimento che ne ha consentito la legittimazione ovvero e’ attestato che la costruzione e’ stata completata in data antecedente al 1° settembre 1967. La presentazione della CILA non richiede l’attestazione dello stato legittimo di cui all’ articolo 9-bis, comma 1-bis, del decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380.”

“Confrontando i due rapporti innanzi citati, risulta – continua – che finora si è intervenuto su poco più dell’uno per mille delle unità immobiliari esistenti in Italia. Pertanto, si comprende quanto lavoro ancora occorre fare per risanare energeticamente e sismicamente detto patrimonio, lavoro affidato per lo più ai 169.000 ingegneri ed architetti liberi professionisti che, per la mole di lavoro ed i tempi contingentati, non potranno mai soddisfare il fabbisogno di ristrutturazione degli immobili esistenti entro la data attuale di scadenza dell’incentivo fiscale previsto per il 30 giugno 2022 per gli edifici unifamiliari e il 31 dicembre 2022 per condomini e per gli enti gestori delle case popolari.

Per tal motivo vi è la necessità di prorogare la misura dell’agevolazione fiscale per tutti i bonus, ivi compreso quello degli interventi sulle facciate, almeno fino al 31 dicembre 2023. Effettuare i lavori solo per soddisfare il contenimento energetico dell’unità immobiliare, senza intervenire anche sul miglioramento sismico delle strutture, potrebbe rilevarsi una scelta inopportuna soprattutto nelle aree ad alto rischio sismico”.

Buona parte del patrimonio edilizio esistente è stato realizzato nel periodo del cosiddetto “boom economico” degli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso con una normativa sismica basata sulle tensioni ammissibili mentre, “solo dal 2008, la nuova normativa si sofferma sugli stati limite della struttura e delle parti componenti l’edificio, per ridurre la sua tendenza a subire un danno, che porta a risultati del tutto diversi da quelli conseguiti in passato.

Poiché il Superbonus 110 % consente di adeguare sismicamente gli edifici esistenti anche attraverso l’interventi di demolizione e ricostruzione, sarebbe opportuno incentivare ulteriormente il ricorso a tale soluzione almeno nelle aree ad alto rischio sismico di prima categoria, al fine di non rendere vano l’impegno di spesa che si va a sostenere se si opera, in questi casi, solo per raggiungere un miglioramento energetico”.

Dal 1968 (terremoto del Belice) al 2016 (terremoto del Centro Italia) lo Stato ha speso più di 135 miliardi di euro per far fronte alle conseguenze degli eventi sismici, con risorse ancora in fase di erogazione e con una spesa annua di 2,2 miliardi di euro, somme che potrebbero essere evitate se si interviene in modo sistematico sulle parti strutturali degli edifici esistenti. Inoltre, la sostituzione edilizia (demolizione e ricostruzione) “incentiverebbe la limitazione di consumo di suolo con risultati più efficienti e meno impattanti del patrimonio edilizio sull’ambiente, con benefici anche nella gestione economica ed amministrativa delle aree pubbliche e dei servizi poiché già esistenti ed inseriti nel contesto urbano.

In buona sostanza, se questi interventi venissero effettuati in un arco temporale sufficientemente lungo, si potrebbero innescare processi imitativi tra i possessori degli immobili e di realizzazione di un nuovo mercato (quello del riuso), con benefici di ordine economico e per la collettività (in termini di risparmio energetico, rivalutazione del patrimonio edilizio, rallentamento nel consumo di suolo, crescita del reddito e dell’occupazione nella filiera delle costruzioni e nell’indotto, con un più intenso rispetto del principio di sostenibilità ambientale) verosimilmente superiori ai costi. Si attuerebbe – conclude il Presidente Iarrusso – in tal modo la tanta auspicata e condivisa rigenerazione urbana”

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